Il rapporto dell’Iran con il settore del mining di Bitcoin e criptovalute è da sempre ambiguo e un po’ altalenante. Il governo centrale sta preparando di nuovo delle limitazioni che riguardano l’attività di mining.

Alla base dei provvedimenti ci sarebbe una situazione di crisi energetica. Si cerca cioè di alleviare la tensione sull’alimentazione elettrica del paese, nonostante sappia bene come le criptovalute e la blockchain siano un valido alleato per provare eludere le sanzioni internazionali.

Mining bitcoin iran divieto per energia elettrica

L’elettricità a tutti i 118 operatori di mining autorizzati dal governo in Iran sarà interrotta dal 22 giugno in vista dei picchi stagionali della domanda di energia. Stando a quanto ha affermato Mostafa Rajabi Mashhadi, portavoce dell’industria energetica iraniana, in un’intervista alla TV di stato.

Iran, Bitcoin e criptovalute

Il bitcoin è stato a lungo considerato e utilizzato come un modo per aggirare gli embarghi commerciali che gravano sul paese. L’Iran difatti è sottoposto a pesanti sanzioni da parte degli Stati Uniti, che gli impediscono di fatto di accedere al sistema finanziario internazionale.

Nel 2019, l’Iran ha riconosciuto ufficialmente l’industria del mining di criptovalute e ha iniziato a rilasciare licenze ai diversi miner in attività sul territorio. Questi sono tenuti a pagare tariffe elettriche più elevate e vendere i loro bitcoin estratti alla banca centrale iraniana.

Ma il paese ha anche ripetutamente interrotto le operazioni dei centri di mining cripto. Il governo aveva già in passato ordinato due chiusure per mitigare la pressione sulla sua infrastruttura elettrica lo scorso anno. Periodo durante il quale la domanda di elettricità ha raggiunto un livello record.

Un industria fiorente, prima dei divieti del governo

Il mining di criptovalute era in piena espansione in Iran prima dei divieti. La società di analisi blockchain Elliptic ha stimato a maggio dello scorso anno che il 4,5% di tutto il mining di Bitcoin ha avuto luogo proprio in Iran. Tale rapporto è sceso allo 0,12% a gennaio, secondo il Cambridge Center for Alternative Finance (CCAF).

I minatori di altri paesi hanno mostrato disprezzo nei confronti delle autorità di regolamentazione. Il tasso di hash crittografico, che misura la potenza di calcolo utilizzata dalle criptovalute proof-of-work come Bitcoin, in Cina è crollato a zero tra lo scorso luglio e agosto dopo che il paese ha effettuato la più dura repressione del mining di criptovalute.

Il precedente in Cina

Ma l’industria sembrava essersi ripresa rapidamente. A settembre, la Cina rappresentava il 30% del tasso di hash crittografico mondiale. Inotre a gennaio tale rapporto era di quasi il 40%, secondo solo a quello degli Stati Uniti, secondo CCAF.

Il rimbalzo ha indicato che gli operatori di mining di Bitcoin che operano “lontani dai radar” potrebbe essere stata ben avviata in Cina. Dove anche il trading di criptovalute è vietato.

“L’accesso all’elettricità fuori rete e le operazioni su piccola scala geograficamente sparse sono tra i principali mezzi utilizzati dai minatori sotterranei per nascondere le loro operazioni alle autorità e aggirare il divieto”, ha affermato CCAF in un’analisi.

L’improvviso calo e la rinascita dell’hash rate cinese hanno ulteriormente suggerito che i suoi miner avrebbero potuto in qualche modo continuare a operare di nascosto subito dopo il divieto.

Per poter fare mining aggirando i divieti, gli operatori hanno strutturato le loro connessioni alla rete reindirizzando i loro dati tramite servizi proxy. Questa sarebbe la vicenda più probabile secondo l’agenzia di ricerca.

Con il passare del tempo e l’entrata in vigore del regolamento, potrebbero essere diventati meno attenti e aver iniziato ad abbassare la guardia circa le strategie nascondere le loro posizioni e operare all’oscuro delle istituzioni del paese.