Stipendio in Bitcoin: vediamo come funziona con le tasse e se gli italiani sarebbero felici di questo. Attenzione a volatilità e sicurezza.

Anche in Italia qualche lavoratore dipendente inizia a ricevere lo stipendio in Bitcoin e si mostra soddisfatto di questa soluzione

Soluzione Tasse, una società di consulenza in Italia per piccole e medie imprese, a partire dallo scorso anno ha cominciato a pagare lo stipendio in Bitcoin ai dipendenti che lo hanno richiesto. Le statistiche ci dicono che all’interno dell’azienda il 17% è favorevole a tale pagamento, ed il 2% dei dipendenti di Soluzione Tasse si augura in futuro di ricevere l’intero stipendio in Bitcoin.

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Come sappiamo bene BTC è una criptovaluta, questo vuol dire che non è coniata da nessuna entità centralizzata come una banca, e non esiste il suo equivalente fisico. Per crearla, gli utenti noti come nodi mettono insieme la propria potenza di calcolo (proof-of-work) oppure mettono in compartecipazione le proprie criptovalute (proof-of-stake).

Nel momento in cui scrivo 1 Bitcoin vale circa $40.155 ed ha una capitalizzazione di mercato di oltre $760 miliardi di dollari. Le criptovalute sono inoltre ben note per la loro volatilità, motivo che spaventa la maggior parte degli investitori vecchio stampo, abituati a ben altri massimi e minimi locali. In questo articolo trattiamo gli argomenti tasse, volatilità e sicurezza. Immergiamoci.

Stipendio in Bitcoin: parliamo delle tasse da pagare

Mettiamo caso tu voglia ricevere il tuo stipendio in Bitcoin. Parliamo dei rischi e delle opportunità di questa scelta, iniziando dall’aspetto fiscale. Attualmente in Italia e nella maggior parte del mondo non esiste una regolamentazione ad hoc. Biden ha mosso i primi passi per farlo in USA con il recente ordine esecutivo. In Italia le criptovalute sono legalmente trattate come valute estere, pertanto vale quanto segue:

  • le società che investono in Bitcoin devono pagare l’imposta del 26% sulla plusvalenza eventuale realizzata all’atto della rivendita;
  • le persone fisiche che acquistano Bitcoin devono pagare l’imposta del 26% sull’eventuale plusvalenza realizzata, a patto che li detengano per almeno 7 giorni lavorativi consecutivi nell’anno solare per un controvalore non inferiore a 51.645,69 euro. Si precisa a tal fine che che il valore di acquisto dell’asset è considerato quello vigente l’1 gennaio dell’anno in cui avviene l’investimento.

In buona sostanza i piccoli investitori raramente si troveranno a dover pagare tasse sulle criptovalute acquistate. Nonostante questo chiunue detenga anche un solo euro in BTC è tenuto a dichiararne il possesso. Spesso le criptovalute vengono acquistate sulle piattaforme exchange con sede all’estero, quindi bisogna riportare tutto nel Quadro RW della dichiarazione dei redditi. Quindi in pratica gli stipendi in Bitcoin sono una mossa vincente se li otteniamo al momento giusto (quindi al giusto prezzo) e per evitare il pagamento di alcune imposte, in attesa di una regolamentazione più definita.

Abbiamo capito che, se non superiamo la soglia di cui sopra, non dobbiamo versare nulla al Fisco. E ricordiamoci sempre di considerare NON il valore attuale delle criptovalute, ma quello vigente l’1 gennaio dell’anno in cui le transazioni sono avvenute. Comunque sia, aspettiamoci presto o tardi che la legge intervenga in maniera definitiva, quindi in questo momento ci stiamo muovendo in una zona grigia.

Criptovalute: volatili e sicure

Come quasi per ogni cosa in questo ambito, esistono i pro ed i contro. In primo luogo abbiamo già stabilito che il Bitcoin e le altre criptovalute sono volatili. Questo significa che il nostro stipendio può aumentare o diminuire a dismisura in poco tempo. Ve la sentireste di fare questa scommessa? Non è inusuale che alcune piattaforme rilascino delle carte di credito o debito tramite cui è possibile spendere le proprie criptovalute. In questo caso rischiamo di rimanere pietrificati dall’indecisione se rimanere esposti alla criptovaluta oppure spendere. Quindi una decisione saggia potrebbe essere quella di eventualmente ricevere solo parte dello stipendio in Bitcoin.

E poi dobbiamo considerare i rischi informatici. Spesso e volentieri su Criptomercato abbiamo parlato di attacchi hacker o truffe, ma lasciatemi dire una cosa. Dipende sempre da noi. Se non apriamo link sospetti, impostiamo password forti e conserviamo tutti i dati di accesso con cura è difficile che qualcuno possa portare via le nostre amate criptovalute. Quindi finiamola con la stigmatizzazione eccessiva e godiamo dell’assoluto anonimato in fase di utilizzo per l’acquisto di beni e servizi su internet e dell’estrema velocità nei pagamenti.

Se il vostro capo vi pagasse parte dello stipendio in Bitcoin, pochi minuti dopo lo vedreste disponibile nel vostro portafoglio digitale. Se usaste Solana ad esempio le transazioni sarebbero molto più veloci e molto meno costose. La blockchain è una tecnologia relativamente nuova, ma ha già dato prova del fatto che ne sentiremo parlare sempre più spesso.