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L’emergenza sanitaria da Coronavirus ha costretto l’Italia ad adeguarsi allo smart working: non mancano però i disagi per i lavoratori.

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In Italia l’emergenza sanitaria sta mettendo in ginocchio il paese, così da costringere tantissime attività ad attivare la modalità di lavoro in smart working. Si è trattata di una scelta obbligata in particolar modo durante la prima ondata del contagio da Coronavirus.

Ora però, con le continue chiusure e aperture della penisola, si sceglie spesso e volentieri di proseguire con questa linea. Andiamo di conseguenza a scoprire i dati resi noti dalla Fondazione studi dei Consulenti del Lavoro.

I dati resi noti dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro

Tutti costretti a lavorare da casa durante una parte dell’anno 2020, poi l’apertura che ha concesso durante il periodo estivo a gran parte degli italiani di poter ‘fisicamente lavorare’. Una nuova svolta, in negativo, la si è avuta durante il periodo autunnale-invernale, con le nuove chiusure ed il mini-lockdown imposto dal Governo centrale per fronteggiare la nuova ondata di contagi.

Così ecco che una buona parte degli italiani è stata costretta a lavorare da casa ed il risultato è stato tutt’altro che buono. Infatti, secondo lo studio reso noto dalla ricerca della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, sono ben metà gli italiani che hanno ‘bocciato‘ il lavoro da casa. Andiamo a leggere però nello specifico le statistiche di questa ricerca.

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Lo smart working bocciato dai più

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Il 71,1% degli smart workers dichiara di aver diminuito le spese per gli spostamenti, vitto e vestiario. Si è investito in consumi che sono stati legati al tempo libero. Inoltre, c’è un 48,3% che paga il conto salato sul fronte psico-fisico per quanto riguarda l’utilizzo di sedie e scrivanie improvvisate tra le mura domestiche.

Nell’analisi poi, vien fuochi che, la differente reazione tra uomini e donne, in termini relazionali e di carriera, porta il sesso ‘forte‘ ad aver subito di più lo smart working, con la percentuale che si issa al 52,4%. Le donne invece hanno maggiormente risentito dell’allungamento dei tempi di lavoro, con una percentuale sul 57% contro invece il 50% degli uomini e soprattutto per l’inadeguatezza degli spazi casalinghi, con un 42,1% contro il 37,9%.