Bitgrail
Bitgrail

Bitgrail, l’exchange italiano di criptovalute che un anno fa fece parlare di sé per via di un ammanco di circa 150 milioni di dollari, ha ufficialmente chiuso bottega. Quella che era l’unica piattaforma di scambio di valute digitali presente in Italia di fatto è andata scomparendo in tempi piuttosto brevi, e a mettere la parola fine sulla sua breve ma intricata storia è stato il Tribunale di Firenze.

A dare il colpo mortale a Bitgrail è stata senza ombra di dubbio la scomparsa di quei 150 milioni di dollari, caso che non può non ricordare quanto accadde al giapponese MtGox, il maggior exchange globale che nel 2014 si vide costretto a sospendere le proprie attività per la stessa ragione: all’epoca gli si contestò un ammanco di circa 450 milioni di dollari.

Bitgrail all’origine era una ditta individuale. Lo è stata fino al gennaio 2018, quando i suoi fondatori hanno poi deciso di trasformarla in una srl. Le cose sembravano prendere la giusta piega, salvo poi fare enormi passi indietro nel giro di brevissimo tempo: neanche un mese dopo il passaggio alla forma societaria, Bitgrail ha denunciato ammanchi per 17 milioni di Nano, e di lì a breve si è vista costretta a chiudere l’attività, anche perché il Tribunale fallimentare, tramite la Procura della Repubblica di Firenze, preso atto di quanto stava accadendo, aveva immediatamente ottenuto il sequestro della criptovaluta.

Agli atti risulta che alla società siano stati sequestrati circa 2.345 Bitcoin e 4 milioni di Nano per un controvalore di 36 milioni di euro; all’amministratore Francesco Firano sono invece stati presi 170 Bitcoin e più di 500.000 euro. Dalle indagini è comunque emerso che l’ammanco da cui è esploso il caso sia imputabile ad una lacuna della piattaforma: l’exchange non era stato in grado di gestire il reiterarsi delle stesse operazioni, consentendo agli utenti di effettuare prelievi multipli e creando così l’ammanco.